Marassi, il 18enne stuprato in cella per giorni. Su questo e sulla rivolta indagano procura e ministero

Due i filoni d’inchiesta – uno per violenze sessuali e sevizie su un detenuto appena diciottenne in custodia cautelare (possibile anche l’ipotesi di reato di tortura), l’altro per la rivolta esplosa mercoledì – che stanno ora attirando l’attenzione della procura e del ministero della Giustizia, che ha avviato accertamenti interni attraverso il Dap, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per capire se ci sono state responsabilità del personale del carcere

La denuncia e il ricovero

Il giovane detenuto, in attesa di giudizio per una rapina di poco conto, era arrivato da poco nell’istituto penitenziario. Secondo quanto denunciato da altri carcerati, sarebbe stato sequestrato e abusato per giorni da un gruppo di quattro compagni di cella, due italiani e due stranieri. I suoi aguzzini lo avrebbero anche tatuato in volto, in un’azione che, se confermata, potrebbe configurare il reato di tortura, oltre a quello di violenza sessuale.
Le sevizie sarebbero avvenute tra domenica pomeriggio e martedì mattina, quando infine il ragazzo è stato trasferito, in condizioni critiche, all’ospedale San Martino, dove è tuttora ricoverato e sedato. Nelle scorse ore, la giudice Angela Nutini ha disposto per lui gli arresti domiciliari con scorta ospedaliera, accogliendo la richiesta dell’avvocata Celeste Pallini. Ora si cerca una struttura sanitaria protetta dove potrà essere trasferito dopo le dimissioni.
Il reato di tortura e le presunta responsabilità del personale
Il sostituto procuratore Andrea Ranalli, che coordina le indagini, ha già sentito la vittima in ospedale. Se quanto raccontato dovesse confermare la durata e l’intensità delle sevizie, il magistrato potrebbe formalizzare l’accusa di tortura nei confronti dei quattro detenuti, che nel frattempo sono stati trasferiti e isolati in carceri fuori dalla Liguria.
Ma l’inchiesta non si limita ai responsabili diretti. Il Dap ha avviato una seconda indagine interna per verificare le eventuali responsabilità del personale penitenziario che non si sarebbe accorto di nulla per giorni, nonostante le condizioni evidenti in cui versava il ragazzo. I risultati di queste verifiche potrebbero confluire nell’inchiesta della Procura, che valuterà anche eventuali omissioni di vigilanza o mancati interventi.
La rivolta e i trasferimenti
A gettare ulteriore benzina sul fuoco è stata la rivolta scoppiata mercoledì, quando tra i detenuti si è diffusa la voce del ricovero del ragazzo. In poche ore, l’istituto ha vissuto tensioni violentissime: intere sezioni devastate, celle distrutte, agenti feriti. Solo l’intervento della polizia penitenziaria ha evitato che i detenuti si impadronissero dell’intero carcere.
Alla fine, 13 reclusi sono stati trasferiti, mentre 22 sono stati posti in isolamento disciplinare. Il pm Ranalli sta valutando anche qui una serie di ipotesi di reato: danneggiamento aggravato, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e – in base al nuovo decreto Sicurezza – il reato di rivolta penitenziaria.
L’intervento del Ministero e le reazioni politiche
La vicenda ha scosso anche i vertici del Ministero della Giustizia, che ha attivato il Dap per acquisire informazioni dettagliate. Da fonti interne si apprende che il ministro Carlo Nordio segue con attenzione il caso.
Nel frattempo, sul piano politico, Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto a Nordio di avviare l’iter per la grazia presidenziale al giovane vittima delle sevizie, sottolineando il carattere drammatico e ingiusto della sua esperienza carceraria. Un appello che accende il dibattito sulla necessità di garantire la sicurezza e la dignità anche ai detenuti, in particolare ai più giovani e vulnerabili.
Un carcere sotto assedio
Quello di Marassi, con oltre 700 detenuti su una capienza di circa 500 posti, è uno degli istituti più sovraffollati e sotto pressione d’Italia. Da anni sindacati, garanti e forze politiche denunciano criticità strutturali e organici ridotti, ma quanto accaduto in questi giorni segna un punto di non ritorno.
Il carcere genovese si trova oggi sotto una doppia lente di ingrandimento: da un lato, per le violenze avvenute nel silenzio e nell’indifferenza; dall’altro, per la risposta esplosiva che ha innescato un episodio che poteva e doveva essere evitato.
Le prossime settimane saranno cruciali per capire non solo cosa è successo, ma soprattutto come è stato possibile.
In copertina: foto di repertorio
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